Spunti di lettura

Il nostro CEAS è da sempre al centro di attività che mirano a risvegliare nella cittadinanza la curiosità e la sensibilità nei riguardi delle tematiche ambientali, siano esse sostenibilità, natura, buone pratiche, cultura scientifica, … e chi più ne ha più ne metta.

Per tale motivo abbiamo deciso di dare spazio e visibilità anche a scrittori e divulgatori che nei rispettivi ambiti diffondono tale verbo.

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Breve storia di un raggio di sole
di Gianumberto Accinelli
Edizioni Rizzoli 2018

MOBILITA’ secondo natura: SOSTENIBILE!
“Un altro sistema di dispersione del seme, utilizzato da tante piante, è volare con il vento. I vegetali dotano i propri semi o frutti di strutture simili ad ali (chiamate “pappi”) in grado di raccogliere la brezza e quindi allontanarsi dalla pianta madre. Il tarassaco, chiamato anche “soffione dei prati”, è forse la pianta più conosciuta a utilizzare questo mezzo di trasporto. I suoi semi possono viaggiare anche per centinaia di metri ondeggiando nell’aria con il loro piccolo paracadute.”

Raccontando il percorso di un raggio di sole dal momento in cui lascia lo spazio siderale a quello in cui vi fa ritorno dopo aver visitato ogni angolo della Terra, Gianumberto Accinelli nel suo libro “BREVE STORIA DI UN RAGGIO DI SOLE” ci insegna che la Natura non è fatta di regole e risposte, ma di caos e meraviglia.

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Possiamo salvare il mondo a cena – Perché il clima siamo noi
di Jonathan Safran Foer
Edizioni Guanda 2019

La Terra che ci mangiamo
Impronta ecologica: si intuisce facilmente di cosa stiamo parlando. Partiamo dal significato delle singole parole: ecologica,  semplificando ha a che fare con gli esseri viventi e il loro rapporto di interdipendenza con l’ambiente naturale che li ospita, la loro casa e quindi con le risorse che la natura offre in termini di aria, cibo, acqua, suolo, minerali.
Impronta: è una traccia che possiamo lasciare quando camminiamo sulla sabbia o nel fango, è qualcosa che rimane. Un’impronta nel fango ci dice che un animale è passato di lì, quanto tempo fa, se era adulto o cucciolo. Lasciamo un’impronta imprimendo con forza la mano nella sabbia bagnata e più la pressione che esercitiamo è elevata più l’impronta sarà profonda. Così avviene nella vita di tutti i giorni per il nostro pianeta. Soddisfare i nostri bisogni, sia quelli essenziali che quelli più superflui, richiede una “fetta” di natura, un “morso” di Pianeta, lascia sempre una traccia. Più risorse consumiamo e più l’impatto sulla natura sarà elevato.
Quello che a volte ignoriamo è la quantità reale di natura che abbiamo usato, per esempio, per produrre la fetta di pane che mangiamo ogni mattina a colazione. Quanta natura occorre per avere un buon bicchiere d’acqua fresca, potabile e dissetante? E per far funzionare il mio smartphone multitasking? E per il cotone che compone la mia maglia?
L’impronta ecologica ci dice proprio questo: qual è l’estensione di terre produttive (eliminate ghiacciai perenni, Antartide, montagne impervie e deserti) che occorrono per produrre un determinato bene o servizio e, ovviamente, per smaltire i rifiuti relativi.
Parliamo di alimenti: per tutti i cibi di origine vegetale l’impronta è mediamente molto bassa, un buon chilo di pane fatto con farina di grano, magari coltivato localmente, impegna mediamente 8 m2 di terreno coltivabile per chilo e circa 1000 litri di acqua per lo più piovana.
Quanto mangia invece una mucca ogni giorno? Dipende dal mangime, dal tipo di animale e di allevamento, tuttavia per avere 1 kg di carne bovina il Pianeta deve mettere mediamente a disposizione 119 m2 di terre produttive e 15.400 litri di acqua. Se pensiamo a quanta carne si mangia all’anno nei paesi occidentali capiamo l’espressione degli ecologisti “Non c’è un pianeta B”.  Eppure ci vorrebbe perché al ritmo dei consumi occidentali e di quelli crescenti di Cina e India arriveremo in pochi anni ad avere bisogno di un secondo pianeta funzionante e produttivo. Per ora non ce l’abbiamo.

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Vivere per qualcosa
di Luis Sepùlveda, Carlo Petrini, José Mujica
Casa Editrice GUANDA

CITAZIONE:
“Allora…la conclusione del mio racconto è che non c’è nessuna ragione per avere paura di questa gente che per salvarsi la vita vuole attraversare il Mediterraneo e arrivare nella prospera Europa. Dobbiamo avere l’intelligenza e la sensibilità necessarie per comprendere che anche noi siamo parte del problema che li obbliga a lasciare il loro paese”
Luis Sepùlveda

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Effetto serra effetto guerra – Clima, conflitti, migrazioni: l’Italia in prima linea
di Grammenos Mastrojeni, Antonello Pasini
Edizioni Chiarelettere 2017

La Terra che ci mangiamo: parte 2 
Il mercato globale che fa girare per il mondo cibo, merci, energia e rifiuti porta con sé un effetto collaterale non trascurabile: l’export inconsapevole della nostra impronta ecologica. Tutto in ecologia è connesso, ma ancora di più se l’economia è globalizzata. La tazzina di caffè di stamattina ha richiesto quasi 140 litri di acqua, acqua che un ecosistema e un sistema irriguo dall’altra parte del mondo hanno dovuto fornire per fare in modo che una pianta fruttificasse.
Non solo per thè, caffè e cacao, ma anche cereali, grassi vegetali e alimenti animali utilizzati soprattutto come materie prime nei cibi trasformati portano con sé aria, acqua, suolo e forza-lavoro di paesi anche lontani, che forse non sapremmo nemmeno indicare sulla cartina geografica, ma di cui occupiamo virtualmente un pezzetto di territorio, ne sfruttiamo inconsapevolmente le risorse e in alcuni casi ne compromettiamo la salute e l’equilibrio ecologici. Nel peggiore dei casi sosteniamo con l’acquisto iniquità sociali e condizioni di lavoro insostenibili.
Si comprende bene che all’impronta ecologica non piacciono gli atteggiamenti localistici.
Un ragionamento, quello dell’impronta ecologica, che può essere applicato a diverse tipologie di valutazione. Molto immediata è sicuramente la misura dell’impronta idrica, che ci rende velocemente l’idea di quanti litri di acqua sono necessari per produrre un determinato bene o servizio. Più complessa, soprattutto nella valutazione delle conseguenze, è la carbon footprint, letteralmente l’impronta di carbonio, ovvero la quantità di anidride carbonica – CO2 che spariamo in atmosfera con ogni nostra attività. Qui vale ancora meno il concetto di territorio e locale, visto che l’aria è in assoluto il bene più in comune che abbiamo.
Come può l’emergenza climatica provocata in primis dalle enormi impronte di carbonio dei Paesi ricchi, quindi le nostre, decidere le sorti di comunità lontane? Quali sono gli effetti diretti e indiretti del cambiamento climatico sulle fragili economie di sussistenza dell’Africa subsahariana? E in che misura i nostri consumi quotidiani hanno a che vedere con le migrazioni di intere popolazioni nel bacino del Mediterraneo? Ecco il tema di questo consiglio di lettura.

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Water grabbing
Le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo
di Emanuele Bompan Marirosa Iannelli
Edizioni EMI 2018

Elefanti e zucchero di canna
A chi non piacciono gli elefanti. Sono maestosi e calmi. Ci piace vederli incedere nella savana a branchi, seguire i documentari che li ritraggono padroni del loro habitat. Sottoscriveremmo subito l’impegno per proteggerli insieme all’ambiente unico in cui vivono, se non l’abbiamo già fatto. Come non indignarsi davanti ai roghi delle zanne sequestrate ai bracconieri e tolte al perverso commercio di avorio destinato ad abbellire ricchi salotti sotto forma di costoso soprammobile. Uno spreco di vita, di biodiversità, di bellezza.
Ricordo benissimo il mio primo giorno a Shewula, una comunità africana situata su di un altopiano al confine tra Swaziland, Sudafrica e Mozambico. Una realtà unica dove seguivo un progetto di cooperazione italiana quando ero laureanda. E’ a quei giorni che risale il mio primo incontro con l’elefante, che a dire il vero mi ero immaginata un po’ più poetico. Era un elefante maschio che si aggirava solo e stanco in una foresta di tronchi scorticati. La riserva si era rivelata nel tempo troppo piccola per lui e per il suo branco, che nel frattempo si era disgregato e indebolito.
Proprio in questa regione si estende una delle ultime foreste vergini dello Swaziland, nella splendida riserva naturale di Mlawula dove il fiume Mbluluzi porta con le sue anse acqua vitale per la pianura sottostante.
Ammirando il paesaggio dall’alto qualcosa ad un certo punto stonava. La foresta spariva e tutto diventava uniforme, monotono: infinite piantagioni di un verde splendente organizzate a blocchi squadrati occupavano tutto il territorio fino all’orizzonte. Era canna da zucchero, la cui pianta ricorda vagamente il mais quando d’estate è alto nella nostra pianura.
Dagli anni ‘70 la coltura di questa pianta e la produzione di zucchero di canna destinato all’esportazione ha preso piede in Swaziland generando uno dei più eclatanti casi di water grabbing mai documentati. Water grabbing significa letteralmente “accaparramento dell’acqua” e si riferisce a fenomeni di sottrazione di risorse idriche ad opera principalmente di attori economici potenti che traggono vantaggi economici dall’uso di una risorsa – l’acqua – vitale per le comunità e gli ecosistemi locali.
Quella della canna da zucchero è una delle agricolture più idrovore del mondo. Per essere precisi un kg di zucchero richiede 197 litri di acqua. In questa area dello Swaziland solo nel 2014 sono stati usati 230 miliardi di litri di acqua per irrigare le piantagioni di canna con il risultato di lasciare a secco le comunità locali che, vivendo esclusivamente di agricoltura di sussistenza e di allevamento per autoconsumo, non hanno tuttora diritto all’acqua per i propri bisogni primari e, nonostante la ricchezza portata dalle piantagioni, non vedono ancora infrastrutture dignitose per la gestione delle proprie risorse idriche.
Non solo: per sostenere le richieste di questo alimento caposaldo dell’economia globalizzata, le piantagioni si sono espanse rubando interi pezzi di foresta vergine e privando la fauna locale – il nostro povero elefante – dello spazio minimo di sopravvivenza.
Alla fine quanto pesa davvero un cucchiaino di zucchero?

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Camminare 
Un gesto sovversivo
di Erling Kagge
Edizioni La Repubblica

Consiglio di lettura
50 anni fa le iniziative di protesta iniziarono il 22 aprile e terminarono una settimana dopo. Anche noi dopo una settimana concludiamo questa piccola rubrica nata per fornirvi spunti di lettura e riflessione sul nostro martoriato Pianeta.
La lettura che vi proponiamo oggi colpisce soprattutto per il titolo “Camminare – Un gesto sovversivo”. Per essere cittadini eco-responsabili a volte basta poco. Bastano piccoli gesti semplici, piccole scelte di tutti i giorni. Basta non comprare, basta non consumare, basta non sprecare. Basta non fare, un po’ come è avvenuto in questo lungo e faticoso periodo di isolamento costellato di rinunce, distanziamenti, sacrifici.
Restare un po’ più fermi dove si è.
Camminare invece di guidare.
Recuperare invece di buttare.
Usare due volte la stessa bustina di thè come facevano le nonne.
Questa malattia ci ha portato via tante cose e ha duramente colpito le uniche generazioni che avevano ancora idea di cosa vuol dire non sprecare. Non perché sapessero qualcosa sull’impronta ecologica ma perché c’erano tempi in cui non sprecare faceva davvero la differenza tra fame e sazietà, tra freddo e caldo. Chi non se lo scorderebbe.
Fare meno, ma meglio. “Camminare dilata ogni attimo”. Il tempo dura di più, perché l’esperienza è più intensa mentre si va piano.
Pensiamo già da ora, prima della ripresa, dove possiamo rallentare, dove possiamo andare a piedi piuttosto che in macchina. Eliminiamo gli sprechi, che a volte sono solo abitudini indotte.
Provare per credere.

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La meravigliosa vita delle api
di Gianumberto Accinelli
Edizioni Pendragon

20 maggio 2020 – Giornata mondiale dell’ape
Consiglio di lettura
Apis mellifera: 30 milioni di anni fa è comparso sulla Terra questo incredibile insetto. Un essere vivente antichissimo che ha sancito per sempre il legame inscindibile con il mondo vegetale rendendo possibile l’espansione in quasi tutto il pianeta delle Angiosperme, le piante che per riprodursi usano i fiori.
Colori, forme e profumo dei fiori si sono evoluti insieme alle api attraverso il tempo e la selezione naturale creando un connubio biologico efficiente, produttivo e soprattutto bello!
Lo dobbiamo alle api e a tutti gli insetti impollinatori (non dimentichiamoci anche di loro!) se prati, boschi e giardini possono risplendere con colori, forme e profumi incantevoli.
E dobbiamo alle api e a tutti gli insetti impollinatori se ad ogni stagione possiamo raccogliere i frutti della terra e nutrirci. L’impollinazione entomofila (ovvero ad opera degli insetti) permette all’80% delle piante superiori, e alla maggior parte di quelle coltivate, di riprodursi e fruttificare.
Il ruolo fondamentale dell’impollinazione per il funzionamento degli ecosistemi è un vero e proprio “servizio” che gli insetti pronubi (impollinatori) quali sono le api ci elargiscono, un prestito a fondo perduto della natura, e che insieme a tanti altri servizi naturali viene definito “servizio ecosistemico”.
Per intenderci, se noi dovessimo pagare un esercito di operai per impollinare manualmente tutte le piante coltivate (ricordiamoci che senza insetti il fiore giallo del pomodoro non diventerebbe frutto !!) solo in Italia dovremmo spendere almeno 1600 milioni di euro all’anno. …insomma i pomodori sarebbero a peso d’oro! Se non è un servizio questo!
D’altronde se un solo chilo di miele richiede la visita di 2 milioni di fiori e 144.000 chilometri di volo a mezz’aria capiamo bene che il lavoro di questi insetti, domesticati da secoli di convivenza con l’uomo, non potrà essere facilmente sostituito nel caso probabile in cui le minacce tuttora concrete verso i popolamenti naturali e domestici delle varie specie di Api presenti sulla Terra dovessero continuare ad aumentare. Quali sono queste minacce?
Tante e complesse, ma una delle più semplici da capire è sicuramente legata alla chimica verde usata in agricoltura da circa 80 anni. Pesticidi, fitofarmaci, diserbanti hanno direttamente e indirettamente sterminato immense popolazioni di insetti e in generale artropodi a favore di monocolture intensive. Poi la distruzione degli habitat, in poche parole cemento e coltivazioni industriali.
Detta tra noi, anche il prato all’inglese ottimo per farci le capriole, è una dispensa vuota per le api.
Insomma “il progetto della natura e quello dell’uomo hanno una direzione diametralmente opposta: la natura crea infinite trame e le intreccia sempre di più mentre l’uomo recide questi fili e semplifica gli ecosistemi”.

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