Patriarchi da frutto dell’Unione Tresinaro Secchia

Nel contesto botanico, il termine “patriarchi” si riferisce a piante, in particolare piante da frutto, che sono generalmente anziane e spesso vecchie di molti decenni. Queste piante, definite appunto “patriarchi fruttiferi“, includono non solo esemplari secolari, ma anche alberi più giovani con un notevole valore genetico. Molti di questi patriarchi si trovano nelle aree marginali della collina e della montagna, dove l’agricoltura è stata storicamente orientata all’autosufficienza.

Queste piante da frutto, spesso singoli esemplari di diverse varietà, erano coltivate ai margini dei campi o vicino alle corti. Oltre a rappresentare una preziosa biodiversità, questi antichi frutti testimoniano un tipo di agricoltura tradizionale, sostenibile e strettamente legata alle caratteristiche territoriali.
In molte aree di pianura, i patriarchi fruttiferi sono diversi e riflettono pratiche agricole più intensive o produzioni collaterali, come ad esempio i gelsi legati alla bachicoltura e i mandorli spesso coltivati come tutori vivi lungo i filari di viti.

Questi grandi patriarchi fruttiferi sono considerati capostipiti della frutticoltura e rappresentano un importante patrimonio genetico che ci collega al passato. La perdita di anche uno di questi patriarchi non significa solo la perdita di una specie da frutto, ma anche la scomparsa di conoscenze, sapori e un pezzo della nostra storia agricola e culturale.

Sotto vi riportiamo i 4 grandi Patriarchi da frutto della nostra Unione Tresinaro Secchia.

Specie: olivo (Olea europea L.)
Circonferenza del tronco: 1,06 mt il fusto maggiore (8,6 mt misura della corona di polloni alla base)
Altezza: 5,7 mt
Età stimata: la ceppaia è plurisecolare, età del fusto maggiore non determinata
Com’è: la pianta si presenta con un’ampia ceppaia dalla quale si originano una decina di fusti di varia dimensione ed età. Questo olivo, che a detta del proprietario è uno dei più antichi della provincia di Reggio Emilia, fruttifica ancora anche se con una sensibile alternanza di produzione.
Comune: VIANO (RE)
Dov’è: l’olivo si trova presso un’azienda agricola denominata casa Catte, che riporta il numero civico 1, nella località San Pietro in Querciola. La zona, che è situata a circa 350 mt. di altitudine, domina sulla media valle del Tresinaro e sull’abitato di Viano.
Geolocalizzazione: https://maps.app.goo.gl/qVY5sYvERPDzPoJ76
Accessibilità: dentro a proprietà privata ma ben visibile anche dalla strada comunale (Via Casella)

Specie: pero (Pyrus communis L.)
Ecotipo: varietà delle Garapine
Circonferenza del tronco: 1,60 mt
Altezza: 10 mt
Età stimata: oltre 100 anni
Com’è: si tratta di due esemplari che crescono al margine della strada sterrata che porta a un’azienda agricola. Sono piante assai debilitate ma ancora in grado difruttificare. Da informazioni raccolte in loco, sono le uniche piante conosciute di questa vecchia varietà.
Comune: SCANDIANO (RE)
Dov’è: si trova alla periferia di Scandiano, in via Garapine da cui deriva il nome della varietà, in quanto sconosciuta. Il termine Garapine sta ad indicare l’area caratterizzata dalla presenza di prati stabili esistenti da oltre 300 anni e probabilmente questo è il motivo per cui qui vegetaquesto vecchio pero, ormai uno dei pochi rimasti nella pianura reggiana.
Geolocalizzazione: https://maps.app.goo.gl/G1dgPu6N1L75Kq2t6
Accessibilità: su proprietà privata ma a pochi passi da Via Garapine dalla quale sono ben visibili.

Specie: gelso (Morus sp.)
Circonferenza del tronco: 2,88 mt
Altezza: 14 mt
Età stimata: circa 200 anni
Com’è: albero in discreto stato vegetativo, è caratterizzato da una chioma regolare ed espansa che ombreggia il piccolo giardino cittadino. Il fusto è leggermente inclinato verso la strada. Probabilmente questa pianta faceva parte in origine di una azienda agricola collocata alla periferia del paese e che, con l’espansione urbana di Scandiano, si è trovata ad essere inglobata nei nuovi quartieri residenziali, in un ambiente radicalmente trasformato. Oggi questo patriarca testimonia come sia cambiato nel tempo il paesaggio bioculturale.
Comune: SCANDIANO (RE)
Dov’è: questo bel gelso vegeta proprio nel centro di Scandiano, in via Diaz, al margine di una piazzetta adibita a giardino pubblico.
Geolocalizzazione: https://maps.app.goo.gl/VWa4rCQAGLzVFJHRA
Accessibilità: su suolo pubblico

Specie: vite (Vitis vinifera L.)
Ecotipo: simile all’Ancellotta
Circonferenza del tronco: 1,00 mt (alla base)
Età stimata: circa 100 anni
Stato: pianta non più in vita (febbraio 2024)
Com’è: si tratta di una vite enorme e monocormica che cresce in mezzo a vecchi filari. E’ una varietà simile all’Ancellotta, rispetto alla quale evidenzia però alcune differenze morfologiche. Nella medesima azienda agricola si trovano altri vetusti esemplari di vite con fusti robusti e di dimensioni analoghe, allevati a pergola e di varietà ormai divenute assai rare come, ad esempio, la Amabile di Genova, oggi iscritta al Registro nazionale delle varietà di vite con il nome di Malbo gentile (DOC).
Comune: CASTELLARANO (RE)
Dov’è: si trova a Roteglia, nella proprietà del sig. Lucenti Nando, denominata Casa Marangoni. L’azienda si estende coi terreni lungo il letto del fiume dove i vigneti erano coltivati fino all’argine.
Accessibilità: in proprietà privata


Patriarchi da frutto in Emilia Romagna:


  • Seguire l’associazione “Patriarchi della Natura in Italia“, associazione culturale che ha come finalità la valorizzazione del patrimonio storico, culturale e ambientale, attraverso una chiave di lettura originale, i patriarchi arborei appunto, veri monumenti della natura che racchiudono negli anelli del legno la nostra storia evolutiva e che custodiscono gelosamente il segreto della longevità.
    Contatti: Via Fossato Vecchio 33, 47100 Forlì, www.patriarchinatura.it

(tratto da I Patriarchi da frutto dell Emilia Romagna_vol 1)

Il concetto di biodiversità va oltre l’identificazione di tutte le specie viventi legandosi profondamente anche con le differenze culturali e ambientali dell’uomo. Conoscere e far conoscere il valore della biodiversità diventa strumento indispensabile per garantire la salvaguardia di questo straordinario patrimonio, sia biologico che culturale, che abbiamo in prestito dalla natura e che dobbiamo preservare a godimento anche delle generazioni future.

L’Italia è il paese europeo più ricco di biodiversità e ciò è dovuto alla straordinaria e varia geologia, alla conformazione geografica, alle diversità climatiche e alle diverse tipologie ambientali. L’Emilia-Romagna è anch’essa ricca di biodiversità legata agli ecosistemi naturali, ma essendo una regione a forte vocazione agricola, possiede uno straordinario patrimonio di biodiversità rurale, legato quindi alle diverse varietà e razze che l’uomo ha selezionato nel tempo.

La biodiversità non è statica e si evolve nel tempo, così possiamo definire una biodiversità storica, legata quindi al passato, quando il paesaggio era diverso, anche le piante da frutto che vengono dal passato, più o meno recente, e sono spesso la testimonianza di tradizioni alimentari legate alla cultura contadina della nostra regione. Sotto questo aspetto la biodiversità può essere vista anche come approccio culturale, infatti ogni regione ha la sua biodiversità e ciò è espresso bene nel concetto di eco-regioni o regioni biogeografiche (mediterranea, coste, montagne, pianura padana etc.). Gran parte di questa diversità ecologica oggi è in grave pericolo, proprio a seguito delle profonde trasformazioni che interessano il nostro territorio. La moderna frutticoltura è caratterizzata dall’introduzione di nuove varietà e cultivar che, anche nell’arco di pochi anni, vanno a sostituire le precedenti, mano a mano che queste non sono più richieste dal mercato.

La conseguenza di questa pratica colturale fa sì che un frutteto, al giorno d’oggi, ha una vita media assai breve, solitamente non superiore ai 15 o 20 anni, per cui nelle nostre campagne le piante da frutto vecchie sono ormai rarissime. Con un rinnovo così veloce dei frutteti vengono abbandonate molte varietà che con gli anni vanno perdute.

Per meglio definire il concetto possiamo classificare la biodiversità in 3 categorie:

1) biodiversità genetica, ovvero la diversità esistente all’interno di ogni singola specie fra individuo ed individuo. (All’interno di ogni singolo essere vivente, la frequenza dei geni eterozigoti e la diversità esistente fra e all’interno delle singole cellule che lo compongono).

2) biodiversità della specie, ovvero la diversità delle varie forme viventi, specie, sottospecie, razze ed ecotipi (riguarda la varietà delle specie entro un determinato ambiente).

3) biodiversità degli ecosistemi, ovvero la diversità fra le diverse tipologie di habitat esistenti (si può esprimere valutando diversi ecosistemi e le specie presenti).

La biodiversità animale e vegetale, modellata dalle attività umane e quindi in rapporto con la diversità culturale, può essere definita anche ecodiversità. Nel caso dei patriarchi da frutto, essendo queste produzioni strettamente legate all’attività agricola tradizionale, parliamo di biodiversità rurale o di agrobiodiversità, e cioè del risultato di migliaia di anni di selezione, da parte dell’uomo, di quelle varietà e razze impiegate a scopo produttivo, che raccontano la storia evolutiva dell’uomo stesso e dell’agricoltura praticata fino ad oggi. Anche l’agrobiodiversità è strettamente legata agli habitat, che però in questo caso sono stati modificati dall’azione dell’uomo per renderne possibile la coltivazione e ricavarne infine il cibo. Ai fini della salvaguardia e della valorizzazione delle antiche varietà ortofrutticole assume un ruolo strategico l’educazione del consumatore. Spesso la conservazione di prodotti agricoli tradizionali è legata all’utilizzo di questi nella cucina regionale. L’avvento dell’agricoltura intensiva con le grandi monocolture, ha fatto sì che si siano perse molte varietà autoctone che non sono più richieste dal mercato semplicemente perché i consumatori non conoscono più quei sapori e quindi non li possono richiedere (l’agricoltore produce ciò che il mercato richiede). Quindi anche i consumatori sono corresponsabili della perdita di biodiversità alimentare, mentre la scelta di prodotti locali sostiene anche l’economia e l’agricoltura locale.

Nei testi antichi, di Columella, Varrone, Plinio, si trovano descritte tantissime varietà di frutta, fino all’inizio del 1900 si trovavano ancora centinaia di varietà fruttifere e ogni regione aveva i suoi frutti; produzioni non elevate ma a forte diversità genetica che permetteva grande adattamento ai vari ambienti, resistenza alle avversità climatiche e alle malattie.
Grazie al Trattato Internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura, già ratificato dall’Italia, sarà possibile tutelare quelle specie alimentari strategiche e permettere l’accesso a questo patrimonio e la condivisione dei benefici connessi al loro utilizzo. Nei secoli scorsi le piante e i semi erano conservati come la fotografia di un luogo, rappresentavano il legame con il territorio e le spose che cambiavano zona col matrimonio, portavano con sè i semi degli ortaggi e le piantine da frutto per mantenere il legame con la loro terra, attraverso i sapori; era un modo per sentirsi meno lontane dalla casa natale. Quando non esisteva la moderna tecnologia di frigoconservazione, per avere la frutta fresca quasi tutto l’anno occorreva coltivare diverse varietà, precoci e tardive, per averne disponibilità in ogni stagione e che potevano conservarsi in fruttaio fino alla primavera inoltrata.

In passato l’uomo coltivava i frutti per diversi usi: consumo fresco, essiccazione, cottura, uso medicinale, marmellate o sidro e, a seconda dell’impiego, disponeva di varietà idonee, mentre oggi si sono ridotte a pochissime cultivar, destinate soprattutto alle celle frigorifere in cui viene controllata la maturazione. La frutticoltura moderna è caratterizzata da una grande uniformità genetica che permette di ottenere alte produzioni per ettaro, rendendo più facile la meccanizzazione, la raccolta e la commercializzazione, ma riducendo la sicurezza del raccolto, mentre nelle coltivazioni di varietà locali, caratterizzate da una più ampia base genetica, si corrono meno rischi e per questo motivo queste ultime vengono dette colture sostenibili. I ricercatori che incrociano varietà per ottenere piante più resistenti alle malattie avranno successo se possono scegliere su una ampia diversità genetica. Se abbiamo perso specie e varietà, questa ricerca diventa impossibile e ciò potrebbe favorire gravi crisi delle fonti alimentari per milioni di persone a livello mondiale, cosa già avvenuta in passato in Irlanda, quando le colture monovarietali di patate furono colpite da un infestante resistente ai pesticidi; allora il problema fu risolto ricorrendo appunto a varietà resistenti coltivate nella zona di origine, in Sudamerica. A livello locale, essendo l’Emilia-romagna una regione a forte indirizzo agricolo, è da sempre un grande bacino di biodiversità; abbiamo perso qualcosa ma abbiamo ancora molte vecchie varietà fruttifere che ci ricordano l’agricoltura del nostro passato. Poiché la biodiversità è una ricchezza, anche le vecchie varietà sono una importante risorsa che potrebbe permetterci di scegliere fra un numero più vasto di piante dai frutti eterogenei nelle forme e nei sapori. Conservare questa biodiversità ci permetterà in futuro di poter scegliere le varietà che meglio si adattano a un’agricoltura sostenibile e che dovrà tenere conto sempre più dei cambiamenti climatici in corso.

(tratto da I Patriarchi da frutto dell Emilia Romagna_vol 2)

La tutela dell’ambiente e della natura è un compito sempre più rilevante per l’uomo moderno; i grandi alberi rappresentano i capostipiti dei nostri boschi e delle nostre foreste e per le loro caratteristiche di longevità, rusticità e resistenza alle malattie vanno assolutamente conservati per il futuro. Per quanto riguarda le piante da frutto, dalle antiche cultivar selezionate nei secoli passati derivano anche le varietà oggi utilizzate nella moderna frutticoltura. Inoltre le vecchie varietà, resistenti e meno sensibili e vulnerabili rispetto alle variazioni climatiche, potranno essere utili se, come affermano molti studiosi, il processo di repentino riscaldamento dell’atmosfera registrato negli ultimi decenni dovesse continuare. In questa prospettiva, infatti, il processo di miglioramento e di selezione genetica delle piante utilizzate nell’agricoltura, e quindi anche il miglioramento dei fruttiferi, trarrà sicuro giovamento se il prezioso germoplasma delle antiche cultivar non sarà stato perduto. Le spiccate caratteristiche di stagionalità, resistenza alle patologie, adattamento alle condizioni microclimatiche del territorio che si ritrovano sovente nelle vecchie varietà, saranno indispensabili per assicurare alla frutticoltura del domani la garanzia di produzioni in grado di meglio adattarsi all’ambiente e di contrastare quindi i processi di tropicalizzazione e desertificazione in atto. Le vecchie piante da frutto, essendo meno esigenti rispetto a molti fattori, come ad esempio la disponibilità idrica e la fertilizzazione, ben si prestano per essere impiegate nelle forme di agricoltura maggiormente eco-compatibili. Va ricordato che l’Emilia Romagna è fra le prime regioni in Italia, non solo sotto l’aspetto produttivo ma anche per la ricerca genetica. Ciò è stato possibile sia per le condizioni pedoclimatiche favorevoli, ma anche grazie alla grande tradizione rurale e per la presenza delle coltivazioni frutticole che risalgono al passato. La selezione delle nuove varietà fruttifere ha operato su una base genetica molto ampia, utilizzando materiale che negli anni si è adattato all’ambiente e che quindi è più resistente alle avversità climatiche e parassitarie. Probabilmente diverse nuove specie di pesche, susine, albicocche hanno tratto origine da piante in qualche modo geneticamente collegate alle cultivar selezionate nei secoli passati. Non va inoltre sottovalutata l’importanza che esse rivestono nell’ambito della cultura e della tradizione alimentare del territorio di origine, spesso correlate a piatti e prodotti tipici locali, alla biodiversità rurale e quindi con un valore aggiunto che va ben oltre i parametri nutrizionali di ciascun prodotto. In Emilia-Romagna, regione ad alta vocazione frutticola, sono numerose le varietà tipiche che tradizionalmente sono coltivate sul territorio e che anche nella loro denominazione richiamano spesso il nome di città o località; come ad esempio la “Reale d’Imola” (albicocca), la “Morettina di Vignola” (ciliegia), la “nostrana di Brisighella” (oliva) e molte altre ancora. I patriarchi da frutto sono quindi i capostipiti della nostra agricoltura, testimoni viventi della tradizione rurale, ancora oggi assai importanti per la loro rarità, talvolta con poche piante relitte confinate in territori ristretti e vulnerabili. Salvare queste antiche varietà significa pertanto, oltre che preservare uno straordinario e prezioso patrimonio genetico, conservare la memoria e la continuità della civiltà contadina della nostra regione.

Un impegno che l’Emilia-Romagna ha voluto garantire con l’approvazione della Legge Regionale 29 gennaio 2008, n. 1 “Tutela del patrimonio di razze e varietà locali di interesse agrario del territorio emiliano-romagnolo” che attua il recepimento del Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura. Infine non va trascurato il valore estetico dei grandi alberi, elemento imprescindibile del paesaggio; in particolare per quanto riguarda quelli da frutto, nella loro unicità, come nel loro insieme, spesso imprimono una forte caratterizzazione al territorio. Gli alberi da frutto sono un elemento identificativo del paesaggio, sono come una carta di identità del territorio agrario, di paesi e vallate: custodi della memoria, di usi e costumi locali. Castagneti, oliveti, vigneti, frutteti, vecchi filari di gelsi, siepi e i loro “frutti dimenticati” come sorbi, azzeruoli, nespoli, cornioli… segnano in maniera indelebile il territorio e le comunità locali.

Questo interessante patrimonio genetico dei “patriarchi” da frutto della Regione Emilia-Romagna, costituito dalle vecchie piante (che nella quasi totalità risultano essere anche antiche varietà e cultivar), in assenza di azioni mirate di conservazione e recupero, corre il rischio di scomparire in pochi anni. Si tratta di una emergenza alla quale, la citata L.R. 1/2008, cercherà di mettere il freno.
Vi sono molte situazioni di difficoltà dovute a vari fattori fra i quali, forse primo per importanza, la marginalizzazione di molte aree produttive. Specie nelle zone montane il processo di invecchiamento dei proprietari e dei conduttori dei fondi e la perdita di redditività dell’agricoltura condizionano pesantemente la possibilità di un ricambio generazionale e quindi di conseguenti azioni efficaci di conservazione e tutela del patrimonio culturale e produttivo di quelle aree.
Nelle aree vocate per una agricoltura moderna e di qualità il rinnovamento degli impianti, i cui cicli produttivi sono assai più brevi che in passato, ha di fatto reso quasi impossibile la conservazione di alberi vecchi, in particolar modo i “prunus” (pesco, albicocco, ciliegio, mandorlo, susino etc.). Sia per le varietà utilizzate che per le tecniche di coltivazione le piante hanno una vita breve e non superano quasi mai i venti o i trent’anni. Nelle zone collinari e montane, anche oltre i mille metri di quota, è possibile trovare un numero più consistente di vecchie piante da frutto, pero e melo in prevalenza e altre specie minori. Spesso questi alberi si incontrano nelle aziende abbandonate o coltivate solo stagionalmente. In Italia la coltivazione del pero è probabilmente una delle più antiche, moltissime erano le varietà conosciute anche nei secoli scorsi, come testimoniato anche nella celebre “Pomona Italiana” di Giorgio Gallesio pubblicata dal 1817 al 1839. Una tradizione agricola che era radicata anche in Emilia-Romagna dove, nonostante l’introduzione di moderne varietà, sono ancora coltivate pere dalle antiche origini, specie nelle varietà adatte alla cottura. Sorprende l’olivo: pure con le forti limitazioni climatiche per questa specie, la coltura si tramanda da secoli, oltre che in Romagna, anche nelle province emiliane. La castanicoltura è invece in forte declino, sono ancora numerosi gli impianti molto antichi e quindi vi è relativa abbondanza di esemplari monumentali e plurisecolari, i castagneti però sono spesso abbandonati e pertanto soggetti ad un accelerato deperimento. I consorzi di produttori si stanno però adoperando per contrastare l’abbandono di questa antica coltura con iniziative volte alla valorizzazione delle produzioni locali. Nelle zone di pianura risultano ancora abbastanza frequenti filari e grandi esemplari di gelso, testimoni della tradizione rurale e della bachicoltura ancora molto praticata fino verso la metà del secolo scorso.